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Memento Mori

Memento Mori
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La raccolta di racconti di Daniel King attraversa gli indistinti paesaggi della morte, delle relazioni inasprite dalla vita, dei lati instabili della natura umana, anche dell'attrazione contemporanea della chirurgia plastica spinta ad un sorprendente estremo. Filosoficamente acuti e dotati di un gusto per il surreale, i personaggi di questi racconti combattono con l'esistenza e con l'un l'altro mentre profonde domande li fanno volare qua e là. Daniel King, che scrive anche con il nome di "David King", è nato nell'ovest dell'Australia ed ha vissuto lì per tutta la sua vita. È laureato in Ingegneria ed Inglese ed ha un Dottorato in Filosofia. La sua prima pubblicazione letteraria risale al 1986, e da allora ha pubblicato più di 50 racconti (oltre, in anni recenti, a poesie) in vari giornali australiani ed esteri.
IP (Interactive Publications); October 2011
ISBN 9781921869211
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Excerpt
Mentre il professor Ken Rivers s'infilava dentro il grande, antico armadio di pino nella camera da letto di riserva, sentì un crescente senso di pace. Negli ultimi mesi Connie l'aveva messo talmente sotto pressione riguardo alla chirurgia plastica che, se di tanto in tanto non fosse riuscito a nascondersi nell'armadio, adesso sarebbe arrivato all'esaurimento nervoso completo. Sapeva che nascondersi nell'armadio rappresentava, in termini freudiani, un ritorno al grembo materno – ma se l'aiutava ad affrontare i suoi problemi, perché non avrebbe dovuto nascondersi? Ascoltò. La porta d'ingresso si era aperta? Connie avrebbe dovuto essere al suo tutorial su Shakespeare del terzo anno fino alle quattro, ma spesso i tutorial finivano in anticipo. Molti studenti pensavano che lei avesse modi da dominatrice, e non rimanevano per tutte e tre le ore. L'assenteismo si accentuava durante la fine semestre, quando gli studenti si prendevano un po' di tempo per finire le loro tesine già in ritardo. Decidendo di non rischiare che lei lo beccasse chiuso nell'armadio, lui ne uscì e si spazzolò via qualche granello di polvere dalla sua giacca color cenere. La porta si aprì. "Oh, Ken. Che sollievo." Connie buttò una pila di cartelline di compiti e di libri di testo sul letto libero e fece un sospiro esausto, esasperato. "Onestamente, non so perché gli studenti si affannano ad iscriversi ai corsi se poi non hanno intenzione di frequentare ai tutorial. Avevo già progettato un interessante dibattito per discutere se si potesse, alla luce della Terza Critica di Kant, ancora parlare di "bellezza senza tempo" riguardo ai sonetti di Shakespeare e solo due studenti si sono degnati di venire! Naturalmente, entrambi erano studenti di scambio, quindi l'unica a dover parlare sono stata io. Non riesco ad immaginare come si aspettano di essere promossi. Semplicemente non hanno interesse nel guardare al futuro." Ken fece un sorriso fiacco. "Credo che converrai che molti studenti sono troppo politicamente acculturati, al giorno d'oggi, per poter digerire le discussioni sulla bellezza senza tempo. Tanto varrebbe la pena di parlare di Dio." Lei lo scrutò da sopra il suo paio di occhiali. Tanto tempo prima portava gli occhiali ma la cheratomia radiale ne aveva cancellato il bisogno. "E questo sarebbe un altro modo per farmi evitare di parlare di chirurgia plastica? Davvero, Ken, per essere un filosofo sei notevolmente convenzionale, a volte." Fece un clic di disapprovazione con la lingua, mentre le sue sopracciglia rosse si curvavano come serpenti che indietreggiavano. "La gente spende migliaia di dollari in vacanze che sono praticamente finite subito dopo essere cominciate, eppure vanno in agonia quando devono spendere qualche soldo in qualcosa che dà anni di benessere." "Ma non capisco perché dovrei finire sotto un bisturi. Voglio invecchiare elegantemente". "Tu dici "elegantemente" ma vuoi dire "gradualmente". Non c'è nulla di elegante nella decadenza." "Be' – te l'ho chiesto tante volte senza mai ottenere una risposta soddisfacente – ma perché mi vorresti far cambiare aspetto? Io sono la stessa persona che sono sempre stata." "Oh, quindi l'idea della bellezza senza tempo è una stupidaggine, l'idea della personalità senza tempo invece no!" Connie era trionfante. "E ti definisci pure un filosofo!" "Dico solo quello che di solito si crede."Ken era ferito – profondamente. Connie aveva criticato molte volte il suo aspetto fisico ma mai la sua mente. Era davvero l'ultimo legame fra di loro (a parte il sesso – lui aveva una libido altissima e la riteneva, quando non lo ossessionava con la storia della plastica, sessualmente attraente in modo spaventoso). Senza pensare, si rese conto che stava fissando il cavallo dei pantaloni di lei. Normalmente questo l'avrebbe eccitato, ma adesso quelle grinze a forma di Y gli ricordavano una mano scheletrita. Senza dubbio la colpa era dell'atteggiamento da sfottò di lei. Si chiese, in modo assente, se per caso lei avesse avuto un altro contre-temps con il Rettore. Lei gli fece un gesto del tipo che avrebbe potuto fare ad un bambino piccolo. "Guardami, Ken. Mi sono fatta fare la plastica tante, tante volte. Quanti anni mi daresti? Trenta? Trentacinque? Eppure ne ho quasi sessanta! Proprio non ti piacerebbe condividere quest'esperienza? Potresti cominciare con un intervento minimo, tipo una blefaroplastica al labbro inferiore. Sicuramente non vorresti diventare un memento mori per me!" Andò all'armadio e si guardò allo specchio. Si sfiorò i suoi folti capelli, tinti castani, che le incorniciavano il volto attraente, ellittico. "Sì, potrebbero facilmente darmi trent'anni." "Io credo che tutta l'idea dell'età sia quasi astrologica." Sorpreso, quasi allarmato dalla sua sfrontatezza, Ken insistette. "Un anno è semplicemente il tempo che il Sole impiega per attraversare tutte le costellazioni dello Zodiaco, il suo moto radiale apparente." Ancora una volta fece un sorriso fiacco. "Forse qualcuno di quegli studenti New Age ti ha influenzato, cara." Connie strinse le sue labbra già sottili, poi se le leccò. Le piacevano i duelli verbali. "Ma è proprio quello il punto. L'età misurata in anni è irrilevante. Tutto quello che conta è la qualità dell'aspetto e la qualità dell'intelletto e noi dobbiamo fare il possibile per mantenerle entrambe." "Se la metti così, senza dubbio." Fece un gesto vago con la mano. "Ne riparleremo più tardi, se proprio dobbiamo. Adesso voglio lavorare un po' sul mio saggio." Quando fu sicuro che Connie avesse lasciato la stanza (e pensava di poter riuscire ad avere almeno un paio d'ore per sé), prese un po' di libri, una penna e qualche foglio protocollo. Poi si accomodò di nuovo nell'armadio e si preparò a scrivere. L'allusione di lei a Kant gli aveva lasciato un dubbio: se lui fosse capace di scrivere una specie di trattato filosofico per affrontare il suo dilemma riguardo alla chirurgia plastica. Avrebbe scritto nel suo solito stile: uno stile romanzato, con lui come personaggio. L'avrebbe chiamato "Memento mori", da una poesia monotona che aveva scritto qualche anno prima sulle idee di Connie. Avrebbe scritto in quel modo perché le idee sarebbero emerse quasi in forma di dialogo. Stimò di poter produrre almeno otto pagine sull'argomento.